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Newsletter

Stuzzicadenti - Quello che non si può scaricare

Copertina della newsletter Stuzzicadenti di Katania Studio, numero su creativita e rientri

Editoriale

a cura di

Antonio Paratore

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Founder & CEO

La differenza non sta più nella tecnica

Qualche sera fa scrollavo i reel prima di dormire e a un certo punto mi sono accorto che stavo guardando lo stesso video da venti minuti. Cambiava il nome del locale, gli scatti erano sempre quelli: il cocktail versato al rallentatore, il piatto che arriva in tavola, il brindisi controluce, la sala piena inquadrata dall’ingresso.

Ultimamente mi interrogo su cosa faccia davvero la differenza in questo lavoro. La risposta che mi do è sempre meno tecnica.

Non è la videocamera che possiedi e nemmeno il pacchetto di LUT pagato 49 euro

Oggi il videomaker sotto casa ti sa fare il video virale. Il fotografo aesthetic che mette tutto in palette lo trovi dappertutto, con il suo scatto leggermente mosso della crema skincare appoggiata su uno scoglio di Aci Trezza durante la golden hour mattutina.

A fare contenuti copia e incolla sono diventati bravi tutti, me compreso nei giorni peggiori.

La differenza sta nell’idea. Sta nel capire a chi stai vendendo, cosa lo smuove, cosa gli arriva dritto allo stomaco quando lo vede passare tra una storia e l’altra.

Siamo nell’era della post viralità. Su social così saturi i numeri hanno smesso di significare qualcosa: like, views e follower si comprano con due lire e si gonfiano con un trend preso in prestito, ormai non impressionano più nessuno, a partire dal cliente che li legge nei report.

Raggiungere un milione di persone non vale quanto raggiungerne dieci giuste, quelle che ti scrivono in DM, ti chiamano e tornano.

È arrivato finalmente il momento in cui chi è creativo davvero fa la differenza. Gli strumenti li hanno tutti, l’AI ti genera una campagna mentre aspetti il caffè e la tecnica costa ogni mese un po’ meno.

Quello che non si può scaricare è la cultura che ti sei costruito: i film, i libri, le serate sbagliate, le chiacchiere con gente che col tuo lavoro non c’entrava niente.

Come diceva José Mourinho, chi sa solo di calcio non sa niente di calcio. Nella creatività vale uguale.

Il mio consiglio, per quel che vale: studiate, sperimentate e divertitevi. Il vero valore differenziante tra poco sarà solo la vostra cultura e la vostra sensibilità.

Non ci sono più limiti e sì, fa un po’ paura.

Stuzzichini

a cura di

Alessandra Giuffrida

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CCO

La sindrome delle tab aperte

Facciamo un piccolo check: quante schede avete aperte sul browser in questo momento? Io le ho appena contate e sono 45, giuro!

Nel mio pc ci sono infatti perennemente tre finestre attive e decine di tab aperte e ho sempre la presunzione di sapere esattamente cosa contiene cosa e di pensare che mi serva davvero tutto.

Tutto aperto, nella mia testa, sempre.

In realtà credo che sia la mia personale versione digitale di ‘Sepolti in casa’, in cui lascio spazio a tutto con l’illusione di essere efficiente e reattiva quando serve.

Ragionandoci, però, so bene che lasciare le schede aperte non è organizzazione, ma paura di scegliere. È un modo pigro per dire a me stessa "questo lo guardo dopo", invece di ammettere che il novanta percento di quella roba non mi servirà mai.

Il prezzo di tutto ciò, oltre la RAM del mio pc, lo paga il mio cervello. È come se ogni volta che faccio switch tra una tab e l'altra, un pezzo della mia concentrazione rimane incastrato in quella precedente. 

Resta lì, appeso. 

Ho fatto delle ricerche e ho scoperto che questo comportamento è oggetto di studio. Il neuroscienziato Daniel Levitin lo spiega così: ogni cambio di contesto consuma glucosio ossigenato nella corteccia prefrontale. Insomma, brucio le mie energie migliori non per pensare o creare, ma per saltare da un link all'altro (o meglio da una task all’altra).

Il tutto impacchettato in un output digitale.

Questo spiega forse perché sento questo estremo bisogno di realizzare qualcosa con le mani. Anche in questo caso ho fatto le mie ricerchine e ho trovato che si tratta di  un bisogno fisiologico che molti chiamano tactile craving.

In psicologia cognitiva si parla di embodied cognition: l'idea che il pensiero umano non avvenga solo al chiuso della scatola cranica, ma attraverso il corpo e la manipolazione fisica dello spazio. 

Quando sposti un foglio di carta sul tavolo, ritagli qualcosa con le forbici o pasticci con un pennarello, attivi un tipo di memoria e di associazione visiva diverso.

La macchina, compresa l’AI che usiamo ogni giorno,  sa calcolare, ottimizzare e generare in frazioni di secondo, ma non ha un corpo. 

Un foglio fisico ha invece  un confine invalicabile: finisce dove finisce il bordo. Ti costringe a stare dentro un limite e, dentro quel limite, ti restituisce la lucidità.

Forse il ribaltamento di cui ho (forse abbiamo?) bisogno questo autunno è semplicemente il coraggio di staccare per un po’  le mani dalla tastiera e rimetterle su qualcosa di fisico, per poi tornare a digitare con maggiore lucidità.

Mentre finisco di scrivere, mi sono imposta di chiudere almeno 10 schede aperte. E di fare almeno un paio di workshop a mano libera.

Per approfondire:

  • Embodied Cognition and the Magical Future of Interaction Design (David Kirsh, Stanford/UCSD): Lo studio accademico su come la manipolazione tangibile di oggetti fisici potenzi il problem solving e l'intuizione visiva rispetto all'interazione a schermo.

  • The Tactile Craving nell'era dell'AI: L'indagine di trend sul perché la Gen Z riscopre collage fisici, zine e formati cartacei proprio in risposta all'eccesso di contenuti sintetici generati da algoritmi.

  • The Organized Mind di Daniel Levitin: Il testo di neuroscienze che spiega come il sovraccarico di stimoli digitali prosciughi la corteccia prefrontale e perché ritrovare limiti fisici sia l'unico modo per proteggere il senso critico.

ASSAGGI

a cura di

Paolo Spartano

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Art Director

Il collega più odiato

Voglio svelarvi un segreto: scrivo questa rubrica perché sono esattamente la persona che non dovrebbe stare in un ufficio. Quella che ascolta la musica senza cuffie.

Non ho ancora capito perché i miei colleghi me lo permettano. Forse si sono rassegnati, forse negli anni hanno semplicemente normalizzato questo mio modo di condividere lo spazio e, inevitabilmente, anche l’umore.

Ogni giorno impiego alcuni dei miei preziosi token mentali per scegliere musica che possa andare bene sia a me sia a loro. A volte accolgo persino le loro richieste, perché sono un dio buono e magnanimo.

Oggi ho deciso di estendere questo privilegio anche a voi, miei non-colleghi, preparando una playlist da ascoltare al lavoro insieme ai vostri colleghi.

Ci sono andato piano: sono tracce lineari, senza cambi repentini, che nel mio immaginario accompagnano la concentrazione e alzano gradualmente il ritmo. Oppure infastidiscono a morte chi vi sta accanto, ma questo dovrete scoprirlo voi.

Regolate il volume, osservate le reazioni e non esagerate. 

Link alla playlist su Spotify

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